Venezia, le perle di vetro utilizzate come moneta per gli scambi. I diari dell’esploratore Miani - CorrieredelVeneto.it

2022-06-01 03:43:15 By : Mr. Tom Zhao

Ci sono quelle usate per comprare l’avorio , prima che il suo valore schizzasse alle stelle ma anche quelle offerte agli abitanti del luogo per fare rifornimento di frutta e verdura e per sfamarsi durante il viaggio d’esplorazione. Le perle di vetro veneziane furono a lungo merce di scambio per gli esploratori di tutto il mondo . Una sorta di moneta franca che tutti erano pronti ad accettare come pagamento. A raccontare il potenziale di scambio delle perle di vetro fu anche Giovanni Miani, esploratore veneziano di grande fama e di cui in questi giorni a Venezia si celebrano i 150 anni dalla morte.

«Miani, come tutti gli esploratori teneva un diario dei suoi viaggi — spiega Luca Mizzan, direttore del Museo di Storia Naturale — e in quei diari racconta tutti gli scambi fatti con le perle e le casse di conteria. Frutta e verdura, ma anche animali e perfino le mogli. Le perle veneziane erano una vera e propria moneta di scambio, il dollaro dell’epoca». Durante le due spedizioni alla ricerca delle sorgenti del Nilo ancora avvolte dal mistero, Miani raccolse molti reperti (tra il 1859 e il 1861) che decise di donare alla città perché fossero visti dal pubblico. «È curioso quello che racconta — spiega Mizzan —, si accorge di essere arrivato in punti in cui non era mai arrivato prima nessun esploratore europeo perché l’avorio ha un prezzo ancora bassissimo. Per un pugno di perle, racconta, compra zanne enormi». Ma le perle, essendo di fatto una vera moneta, cambiavano valore anche in base all’offerta «alternativa» . «Miani racconta che nelle zone in cui la popolazione autoctona produceva collanine ornamentali con conchiglie o uova di struzzo le perle venivano valutate meno», spiega Mizzan. A metà dell’800, insomma, l’Africa e in particolare il Sudan, terra di viaggi dell’esploratore veneziano, era già era stata ricoperta di perle.

«La particolarità dei pezzi raccolti da Miani sta soprattutto nella loro autenticità — spiega Mizzan — si prenda ad esempio una bambolina antropomorfa. C’è il segno di una cucitura, di una parte strappata e sistemata. Con quella bambolina ci ha giocato realmente una bimba autoctona dell’epoca , almeno così dicono gli specialisti. Poi sono arrivati i “souvenir” ad hoc. Un po’ come le frecce degli indigeni che si sono ridotte negli anni per adattarsi alla dimensione del bagaglio utilizzato da chi le acquistava. Con Miani questo problema non esiste. I suoi sono reperti autentici di una civiltà incontrata prima che altri uomini potessero cambiarne il volto».

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